sabato 19 maggio 2012

Do you understand me?

Deve trattarsi di me.

Del mio modo di comunicare, quantomeno.

Io sono convinta, tipo, di trasmettere un messaggio lapalissiano e impossibile da fraintendersi, per esempio "Non voglio che accada questa cosa", mentre evidentemente, nel delirio della mia logorrea galoppante, i miei organi d'articolazione fonatoria emettono un groviglio confuso di suoni, forse interpolati dai miei stessi confusi pensieri (volevo davvero dire quello?), con il risultato che, nel 90% dei casi ciò che il ricevente comprende è esattamente il contrario di quello che io intendevo dire.

Shannon e Weaver, lasciatevi dire che non avevate capito proprio un cazzo.

Ma del resto i discorsi sull'incomunicabilità di questi tempi si sprecano. Immaginandomi come emittente efficace (escludo dunque i periodi di raucedine o le crisi d'asma) e non volendo caricare troppa responsabilità sul ricevente (ma ci tornerò), ma nemmeno sul codice di scambio (ritengo di esprimermi in un italiano quantomeno dignitoso) il problema o risiede nel contesto (ma vi assicuro che per comunicazioni d'una certa importanza di solito escludo i luoghi molto ventosi, gli stadi durante Lazio-Roma e le discoteche) o, inevitabilmente, nel referente, l'oggetto del messaggio.

Devono esserci temi che aggrovigliano la lingua di chi intende discorrere in merito ad essi e che turano le orecchie a chi è costretto ad ascoltare chi intende discorrere in merito ad essi.

E' singolare perché a me capita sistematicamente in ambito sentimentale. Ho assistito a certi voli pindarici nonché ad evoluzioni che nemmeno Juri Chechi, pur di non dire la verità. Perché la verità fa male. E nessuno vuole fare del male al prossimo. Più che altro non vuole passare per stronzo. Per non dover sostenere lo sguardo di biasimo degli amici/parenti/animali del prossimo di cui sopra. O lo sguardo del prossimo stesso. O le mani in faccia. Ma vabbè.

Il problema nel non dire la verità è che ti vai a cacciare nei labirinti dei gineprai mentali (che nemmeno a due mani) della persona cui non stai dicendo la verità, la quale persona, attenzione, NON VUOLE AFFATTO sapere la verità. E quindi si culla nella tua incapacità procrastinando ancora per un po' il momento di prendere la famosa facciata contro il muro. Salvo poi recriminarti di non essere stato in grado di dire la verità quand'era il momento.

Siamo tutti complici, insomma. Gabbatori e gabbati.

Forse che, quindi, la mia malcelata richiesta di chiarezza di cui all'inizio di questa invettiva, non sia che un vile millantare qualcosa che non desidero davvero? (a proposito dei gineprai mentali)
Adoro proporre aporie.

Bonne nuit.

That's all folks.

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