martedì 5 giugno 2012

Genova e le altre


Sono fermamente convinta che come l’educazione dei nostri genitori, la nostra estrazione sociale (ancora se ne può parlare o mi date della veterocomunista?)  e le persone che frequentiamo, anche i luoghi in cui viviamo incidano in maniera determinante sul nostro carattere.
Talvolta perché, inevitabilmente, a un luogo è legata una particolare esperienza, altre volte perché quelli di noi che hanno uno spiccatissimo spirito d’adattamento (come la sottoscritta) si amalgamano talmente tanto nel tessuto sociale, da finire per assomigliare ai luoghi in questione. Come i cani ai rispettivi padroni in “Lilli e il Vagabondo”.
E non si tratta di assumere solo la calata dialettale o i modi di fare tipici degli abitanti di una certa città o di una certa regione, io credo che, quantomeno nelle persone più sensibili, si innesti qualcosa a un livello più profondo, come una sorta di mutazione genetica che ti rende più permeabile al diverso, più simile all’altro. E non ci si stupisca che io parli di “altro” o di “diverso” pur riferendomi alla stessa, uguale ed indivisibile italianità. Siamo il paese più conservatore dal punto di vista dialettale e delle specificità regionali cosa che, quando non sfocia in campanilismo aggressivo, è da considerarsi una ricchezza inestimabile perché così come chi nasce bilingue naturale è molto più facilitato nell’imparare una terza lingua, diversa dalle prime due, chi nasce multiculturale dovrebbe accogliere molto più facilmente e in maniera quasi naturale il diverso.
Se solo lo capissimo.

Genova m’ha vista nascere. E m’ha svezzata in fretta. Mi ha insegnato la ruvidezza della gente di mare, e m’ha insegnato a guardare sotto la scorza dura delle persone. Mi ha insegnato a cercare di andare oltre una parola detta bruscamente o uno sguardo torvo. Mi ha insegnato la comprensione. E mi ha insegnato l’umiltà, quando mi sono persa per la prima volta nei suoi labirintici vecchi carruggi, in quell’occasione mi ha spiegato che non si può pretendere di nascere imparati, che ogni cosa ha il suo tempo e che bisogna capire il significato di ogni singolo, piccolo, passo, prima di compiere il successivo. E mi ha insegnato che è fondamentale avere dei punti di riferimento nella vita. Per non perdersi troppo.
E m’ha insegnato a camminare, ma restando a distanza, lasciandomi cadere e borbottando ogni volta che capitava. M’ha guardato, scorbutica, dalla Lanterna, mentre evolvevo ed maturavo ad ogni giro di giostra. E quando ha capito che ero pronta per camminare da sola, mi ha lasciata andare. Mi deve aver guardato allontanarmi, fino a che non sono sparita alla sua vista, ma scommetto che non ha versato nemmeno una lacrima. E’ burbera, la mia Genova, e non ammetterebbe mai d’essersi intristita, ma c’è chi giura d’aver visto un luccichio nei suoi occhi, mentre si sedeva, stanca, ai Giardini di Plastica.

Gallarate m’ha insegnato la sopravvivenza. M’ha insegnato la nostalgia, m’ha insegnato a trattenere le lacrime – con scarsissimi risultati -. M’ha insegnato la saldezza e la sopportazione. E mi ha insegnato la disciplina e la fatica. Ma mi ha insegnato anche la pace dei laghi circostanti, la tranquillità dell’animo, la temperanza. Mi ha resa più consapevole di cosa significhi trovarsi davanti a una scelta le cui conseguenze sono assolutamente determinanti per il tuo futuro. E mi ha insegnato il lavoro, duro, i turni di notte e la sopportazione della stanchezza.
Ma mi ha insegnato l’amore. A modo suo.

Palermo m’ha insegnato l’importanza di avere una coscienza politica dell’oggi e dello ieri. Mi ha insegnato la lotta quotidiana per l’affermazione di diritti fondamentali, mi ha insegnato le contraddizioni, mi ha insegnato a diffidare degli stereotipi, a guardare oltre l’apparenza, mi ha insegnato la fiducia nel prossimo. E mi ha insegnato una lingua stupenda, e mi ha insegnato che la gente di mare è uguale dappertutto. Mi ha insegnato la calma, l’attenzione alle piccole cose, mi ha insegnato l’importanza delle tradizioni foss’anche solo come elemento associativo, mi ha insegnato che la salciccia cotta sulla piastra sporca del Fuso Orario è più buona e non ci sono norme igieniche che tengano. Mi ha insegnato una storia vecchia di secoli, mi ha insegnato l’onore, l’orgoglio. Mi ha insegnato il silenzio non omertoso.
Palermo mi ha insegnato la RESISTENZA, mi ha insegnato la bontà d’animo e l’altruismo, la solidarietà e la condivisione.
Palermo m’ha insegnato la famiglia.

Roma mi ha insegnato lo stupore. Lo stupore nello scoprire un Caravaggio dentro una chiesetta anonima di Piazza del Popolo. Mi ha insegnato la meraviglia di passeggiare all’ombra del Colosseo e l’appagante fatica di correre dentro allo Stadio delle Terme di Caracalla. Roma mi ha insegnato la leggerezza liberatoria di uno “sticazzi” che è una vera e propria filosofia di vita – come ormai fior fior di libri attestano ampiamente – e i romani mi hanno insegnato la tolleranza nei confronti dei loro proverbiali ritardi.
E Roma ha tentato  d’insegnarmi anche la pazienza, su cui solo una città che “non fu costruita in un giorno” poteva dar lezioni. Non mi sento di dire che ci sia ancora riuscita, ma del resto, siamo ancora qua.

Madrid m’ha insegnato cosa vuol dire sentirsi stranieri. Mi ha insegnato cosa vuol dire non sentir parlare la tua lingua per mesi. Mi ha insegnato la solitudine della lontananza, mi ha insegnato la difficoltà delle comunicazioni a distanza. Mi ha insegnato la capacità critica di confronto, mi ha insegnato un’altra lingua meravigliosa, e intimamente correlata con il siciliano. Mi ha insegnato le meditazioni al Retiro e mi ha insegnato a superare il senso di straniamento. Mi ha aiutata a capire perché le minoranze si attacchino alle proprie tradizioni quando sono in terra straniera molto più di quanto non facciano quando sono in patria. Mi ha lasciato l’amore per la fotografia e mi ha trasmesso la ricerca dell’affermazione della propria identità. Mi ha insegnato l'amore, sano, per la propria terra.

E tutte queste città insieme mi hanno insegnato cosa vuol dire vivere lontano da casa.
Ci sarebbe anche da capire cos’è che, ciascuno di noi, chiama “casa”, perché a me, a volte, sembra di non saperlo più.
Chissà, forse se comprassi più pasta Barilla, invece che le sottomarche del discount, avrei le idee un po’ più chiare in merito…





“Non capisce, forse, non ama il proprio paese 
chi non l’ha abbandonato almeno una volta, 
e credendo fosse per sempre” 
(M. Soldati)

2 commenti:

  1. Il mio elenco sarebbe molto più breve ma mi hai fatto venire un'incredibile nostalgia di Taranto. Lei probabilmente mi odierà per il fatto di essere andata via.

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  2. dipende dallo stato d'animo e dal momento in cui affronti "il viaggio". Capisci se sia stato quello giusto (sia uno che l'altro) solo quando torni. E non solo a casa tua. Anche in te stesso. Perchè una parte di te rimane sempre altrove. Forse nella testa delle persone che hai conosciuto, o nei loro cuori. Nelle pietre delle città, nelle insoddisfazioni, nei desideri di rivincita, ma anche nelle cose belle che hai vissuto, c'è sempre una parte di te che non c'è. Che continua a vagare. E' il tuo 20% che non impara. Che vorrebbe rimanere ancorato a qualcosa senza sapere neanche lui a che cosa. Certo, si fa esperienza, si assorbe, ci si integra, si dona. Ma mai completamente. Magari ti sembra, sul momento. Poi quanto torni, negli anni, capisci che in fondo non hai solo guadagnato. Hai anche un pò perso. Cosa? Un'identità? Un'anima? Affetti? Culture? Occasioni? Non so. Dipende dal momento. Personalmente mi sono addormentato bambino, girando, e mi sono risvegliato adulto. Molto di quello che c'era nel mezzo non me lo ricordo o non l'ho mai vissuto. O forse si, ma devo ancora capirlo.

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